Dovremmo arrenderci?
Dovremmo rassegnarci al fatto che ogni volta ci si imbatta in un’opera, magari un’installazione, basata su materiali poveri e occhieggianti alla natura, si debba parlare di Arte Povera? Sarebbe come se tutte le volte che ci troviamo dinanzi alla rappresentazione di una figura a tutto tondo dovessimo parlare di classicità.
Beppe Sabatino fa tesoro, naturalmente, dei riti e dei materiali antropologici della terra, lui che della sua Caltanissetta sa che si tratta di terra agricola tagliata fuori dai circuiti della rete autostradale e delle grosse città: una terra come schiacciata nel pieno centro della Sicilia tra Palermo e Catania, tra Messina e Siracusa.
Ed ecco la corda fatta a mano, il tappeto rustico ed artigianalmente casareccio, i cestini “panari” di canna, i tessuti colorati grinziti, legni casuali, penne d’oca, corna di animali, resti di botti, ecc. Tutto un dizionario antropologico spontaneo, sentito, magari vissuto da precedenti generazioni, e da lui vissuto, pure, e anche rivissuto.
Ma neanche si può dire tout court di poetica dell’oggetto trovato. Manca una certa distanza sentimentale tra l’artista ed il reperto: è innanzi tutto un reperto dell’anima, reperto del “clan” di appartenenza. A causa di ciò, si citerebbe volentieri Beuys: ma manca nel giovane artista il senso dello sciamanesimo. Anzi, la natura-storia appunto: il dato-reperto antropologico dialoga presto con la cultura, con la tecnologia, con l’organizzazione mentale ma non c’è concettualità della composizione, quadro o installazione che sia.
Il reale si fonde con il virtuale ad opera di una ricontestualizzazione sensibile ai mezzi e soprattutto alle conseguenti visioni attuali. Sabatino ri-forgia i vari materiali assemblandoli in modo da farli concorrere, tutti, alla loro riscrittura sia segnica che contenutistica. Sono materiali a vario grado tridimensionali e, anche quando insistono su un supporto a muro, si qualificano come installazione.
Ma spesso questa procedura continua per altre fasi. Ognuno di questi risultati viene “messo in situazioni” con altri in modo da costituire un unico lavoro. Ma a dare lo scatto verso nuovi traguardi dopo la partenza antropologica ecco l’intervento fotografico di un momento della rappresentazione, e quindi la sua digitalizzazione.
Lo stravolgimento conturbante e deviante dell’immagine sortisce l’obiettivo voluto. L’immagine elaborata al computer, spesso insistente nell’esaltazione fuorviante di un particolare, diventa parte integrante dell’installazione. Qui la palla passa all’intuito ideologico dell’artista: come e quando ottenere un risultato di “pattern” forte tra manualità e contributo digitale, fra antropologia “complessa”, tra natura e cultura.
In questa ricercata freschezza cerca di insinuarsi il naso, l’occhio e il gusto del visitatore.
tra natura e cultura
di Carmelo Strano