Una volta di più è il presente, nella regione dell’arte, a colmare di significato il passato; l’occhio di Picasso si incontra con lo sguardo antico del pittore nelle “Meninas”: nelle concrezioni e nelle sedimentazioni del tempo intellettuale il presente finisce per modificare l’immobilità del passato, restituendogli una pregnanza tutta contemporanea, compromessa com’è dall’interpretazione e dalla parzialità del giudizio. Così, la strategia dell’artista del nostro tempo finisce per prima sancire, e poi combinare le sollecitazioni profonde della memoria, le pulsioni antropologiche, le acquisizioni storiografiche. Il pendolo del tempo, nel suo trascorrere fra passato e presente, mette altresì in rapporto i poli estremi della sua fatica senza soste: il passato che diviene, appunto, presente e futuro. In questo oscillare del tempo, l’arte valuta le sue combinazioni, formula i suoi nuovi linguaggi, tenendo conto dei retaggi del passato.

È questo il caso di Beppe Sabatino che alla pittura in senso lato ha dedicato il suo impegno preminente, ipotizzando della pittura del passato un efficace Neo-espressionismo. Successivamente, però, spingendosi, con altrettanto impegno e originalità inventiva, sui percorsi dei più attuali linguaggi estetici, la memoria del passato si è soffermata sulle testimonianze di una concretezza oggettuale derivante dagli interessi dell’antropologia, da un settore di quest’ultima definita “cultura materiale”.

Sottratto opportunamente all’etnostoria, il reperto subisce nel caso di questo intelligente artista uno spostamento di ruolo e una desemantizzazione lessicale, per divenire senso non aleatorio ma compiuto di pittura.

Muovendo dal prelievo di un tessuto contadino, la “frazzata”, e sfruttandone le striature policrome quali identità di partenza e base cromatica dell’opera, Sabatino ha proceduto poi all’inserimento di materiali rurali, quali la ferula, legni ed altro, ottenendo uno stupefacente esito compositivo in cui il dato pittorico sublima quello materico e viceversa, in un rigoroso equilibrio tra arte e artificio, tra natura e cultura.

Spesso una scrittura minuta scorre nel riquadro della superficie, intersecandone gli apporti materici; una scrittura pre o post geroglifica incalzata da un’armoniosa dinamica visuale che arricchisce il forte immaginario creativo che la sorregge, comunicandola all’osservatore.

Francesco Carbone

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Sul filo della memoria si sviluppa e procede il cammino di Peppe Sabatino, amante della terra e del rapporto che l’uomo ha intrattenuto con essa nei tempi passati. È il suo occhio che, andando alla ricerca degli strumenti e delle protesi di questo rapporto, ne segue il passo, ricostruisce con la mente e anche con il cuore un modo di essere perduto ormai nel tempo. L’oggetto ritrovato, per questo artista mediterraneo, non diviene occasione di spostamento di senso, ma traccia e segno di un immaginario indebolito dai tecnicismi del presente. Un immaginario che riconduce alle zolle scaldate da un sole che brucia e rigenera.

Per questo le “frazzate” che ricerca e compone su ampie superfici non solo richiamano una dimensione in cui il contatto con la terra era forte e intenso, ma hanno il colore e il calore di ampi paesaggi solcati, segnati, rugati dalla mano dell’uomo. Ed ecco che assumono l’immagine di quel digradare di colline, morbide e sensuali come il corpo di una donna, i cui solchi sono stati seminati ed attendono di germinare e fiorire.

La “frazzata”, infatti, antica coperta contadina, ottenuta per accostamenti e cuciture di strisce di stoffa legate fra di loro, oltre a richiamare il lavoro certosino del mettere insieme frammenti di tessuti già usati, diviene frammento e segno compositivo essa stessa; diviene cioè elemento e struttura di una diversa organizzazione dello spazio che suggerisce e rivela tracce e geometrie sommerse, lacerti e brani di colore, trame di segni già ricche di suggestioni visive.

Così Sabatino, mentre muove il passo all’interno di una ricerca antropotecnica che già definisce l’uso e la scelta dei materiali, nonché il campo di azione del suo fare arte, si lascia prendere la mano dal desiderio di creare grandi superfici animate da grandi campiture che segnano fortemente il campo di osservazione. Il legame che si coglie con la sua precedente esperienza informale lascia comprendere la grande libertà espressiva che anima le sue opere e i materiali che traducono in immagini, senza intermediari, le sue emozioni.

Legato dunque alla cultura della civiltà contadina, è anche un ricercatore di oggetti, di tutto quanto, al di là della sua funzione d’uso, può essere tradotto in segni che divengono gli insoliti e misteriosi alfabeti del suo linguaggio. Il colore, disinvolto e veloce, rivela la scelta di tinte crude e di toni bruciati e dispone sulle superfici una materia granulosa che, al poggiarsi della luce, si carica di innumerevoli vibrazioni di ombre. Quelle ombre, in fondo, che segnano le grandi distese collinari dell’entroterra della Sicilia e che delimitano gli ampi spazi dei campi in grandi geometrie, grandi tappeti solcati dai segni dell’uomo.

Eclettico nell’uso dei materiali, mescola le terre e i pigmenti e con disinvoltura accosta ai legni macerati dal tempo scritture di silenzio. Segni che traducono il desiderio di esprimere ciò che non può essere detto, le emozioni che vivono perché rimangono dentro, immagini di una scrittura del cuore ripetute tante volte quasi a creare un ritmo all’interno del quale perdersi e ritrovarsi.

Ecco allora anche la trama e l’ordito delle “frazzate” divenire scrittura, racconto di un trascorrere del tempo che va oltre i gesti della mano, di un intrecciarsi di eventi e di colori, scrittura che sa di lavoro, di silenzi e di attese, tessitura di segni, pagina certosina di una narrazione senza parole, trama e ordito all’interno dei quali si colgono le tensioni di un tempo che trascorre e le tracce che guidano il dettato compositivo delle sue opere.

Franco Spena

frazzart

Testi di Francesco Carbone e di Franco Spena