Gli ultimi lavori di Beppe Sabatino hanno a che fare con la materia e il mondo organico, con l’alterità delle forme e dello spazio. Fedele al concetto che la strada della sublimazione artistica passa attraverso il rapporto fisico con l’oggetto, la scoperta sulle possibilità espressive dei materiali quali il bronzo, il rame, il legno e le stoffe, lo conducono a misurarsi con la dimensione inanimata della natura, come se le forme tagliate ed assemblate dovessero rivelare morbidezze segrete per poi spiazzare in una percezione di silenzio. Per fare questo egli immagina degli elementi del tutto autonomi: una struttura rigorosamente geometrica ed un volume sinuoso, una forma slanciata, quasi totemica ed un’altra che si inarca e si apre allo spazio. Se non fosse per il virtuosismo materico con cui definisce ogni piano e il senso unitario dei diversi elementi, verrebbe da dire che si tratta di sculture figurative sospese, distinte e sovrastanti le basi: più semplicemente l’immagine di pesci che guizzano da una fontana, e volendo essere più puntuali, direi dei pesci afferrati macroscopicamente come figure assolute, sopra cippi alti e imponenti.
Il tema del pesce, della fonte e dell’acqua, contestualmente all’impostazione verticale di queste composizioni, suggeriscono una sorta di funzione sacrale dell’oggetto scultura, quasi come un emblema monitorio che accoglie l’immagine restituendone il senso vitale: il virtuoso salto dei pesci quale segno basico della natura nel suo fluire.
Di fatto, Sabatino sottraendo l’oggetto plastico ai parametri narrativi e al confronto empirico, riesce a farlo diventare pura evidenza simbolica, introducendoci così in un mistero: il pesce che salta è li per alludere all’acqua, non raffigurabile se non mediante il suo abitatore solido. Il pesce è dunque emblema, assolutamente topico vista la sua ricorrenza pressoché costante negli ultimi lavori, dell’immaginazione, e ciò che è ma anche ciò che non si vede. Ed infatti, Sabatino immagina queste sculture realizzate in numerosi formati, piccoli e in grande scala, aspirazione legittima per chi desidera misurarsi con l’ambiente. Proprio questo senso di alterità, nella sua calibratura formale e materica, costituisce il fine di una ricerca che potrebbe diventare catturante per il nostro spazio quotidiano. L’ attenzione verso un simbolo figurativo primitivo, se da una parte invita ad uno ascolto interiore dell’evento naturale, dall’altra suggerisce infinite divagazioni espressive, nelle quali la preziosità materica può anche allentarsi per proporsi come potenza plastica complessiva, come forma ben definita, autosufficiente, memorabile ed “icastica”.
I pesci, l’acqua e l’ arte:
che ci fanno dei pesci senza acqua?
di Rosanna Ruscio