Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano
che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice:
- Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?
- I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa:
- Che cavolo è l’acqua?
David Foster Wallace, Questa è l’acqua*
La ricerca artistica contemporanea sta scoprendo l’acqua. Non è una questione di temperature – acqua calda, acqua fredda – e neanche di qualità – torbida, pulita, dolce, salata. Non stiamo parlando di ovvietà, di paesaggi, di materia.
Scoprire l’acqua significa accorgersi del contesto in cui si opera, come se improvvisamente fosse un problema nuovo, un’urgenza. Nuotare un po’a vista, andare al largo, immergersi, riemergere e poi, con un guizzo di tensione, saltare fuori; guardare tutto dalla riva, prendere tempo - l’artista respira anche al di fuori – rituffarsi per un po’, tornare in secca, o su un albero; e finalmente provare a chiedere a chi sta nuotando «Salve signori, voi sapete dove siete?».
Più che nelle gallerie e nei musei, che sono acquari o al massimo peschiere, la sfida oggi si gioca nell’urbano, in mare aperto. Stanchi di muoversi in riserve protette, dove l’eco del sociale arriva già curato dagli antibiotici e il mangime, quando non è troppo, è sempre troppo scarso, molti artisti stanno cercando gli spazi fluidi della città per mettersi alla prova, per imporre la propria differenza.
Al contrario di quanto accadeva nella liturgia dell’arte urbana otto-novecentesca - quando l’intervento artistico serviva a rafforzare il luogo, definendone l’identità con monumenti o decorazioni attenti a celebrare i valori della società di cui era espressione -, oggi molti interventi sono “eccentrici”, prendono e portano via, contrastano con i segni visivi e simbolici che il contesto richiederebbe. Ma, in quest’atto di ribellione, non c’è indifferenza: al contrario, per trasgredire le aspettative bisogna conoscerle bene, per portare immagini e forme antagoniste o spiazzanti bisogna essere consapevoli di cosa sarebbe stato prevedibile.
Del resto perché cercare la piazza, la strada, il parco o l’anonimo ritaglio urbano, se non per piazzarvi una piccola bomba, magari caricata a coriandoli?
Anche una domanda può essere deflagrante, persino un’indicazione di direzione invertita può essere eversiva; non è più tempo per retoriche impegnate, per linguaggi apertamente provocatori, per azioni forti. Le peggiori visioni e le peggiori parole ci hanno addomesticati,
ora sorprendono l’ironia, il sogno visionario, il racconto lieve.
Un dito medio monumentale davanti alla Borsa, una figura fiabesca in un giardino di periferia, un arco teso come un varco dove nulla inizia e nulla finisce, possono innescare pensieri pericolosi, spingere altrove. Se l’arte ha ancora una forza, se ancora se ne sente tanto l’esigenza, è perché è un’energia centrifuga che spinge ad allontanarsi dai punti di riferimento a cui ci siamo assuefatti, e che tuttavia non ci piacciono. Se la città è l’immagine corale della società, forse anche le piccole dissonanze possono produrre fratture, generare sommessi moti tellurici capaci, in prospettiva, di cambiare gli scenari.
Come David Foster Wallace, Beppe Sabatino ha raggiunto la consapevolezza chiara e concreta che ciò che è reale intorno a noi è invisibile agli occhi della maggior parte delle persone, e che compito dell’artista è riportare l’attenzione sul quotidiano offrendo una via d’uscita laterale, poetica e disincantata. Pensando ad un progetto aperto, che nasce dall’idea di installare le opere in spazi pubblici non necessariamente già identificati, l’artista ipotizza un gioco accattivante e sottilmente crudele di fontane per pesci fuggitivi, che nel loro paradosso inducono prima un sorriso e poi un ripensamento.
Ai pesci che non sanno di starci dentro, lui, che l’acqua l’ha vista trasformarsi, prepara una trappola d’oro e purezza che seduce lo sguardo e sveglia le coscienze. Se questa è l’acqua, bisognerà pure indicare una via di fuga. Ma solo a chi ha ancora voglia di nuotare.
* Dalla trascrizione del discorso per il conferimento delle lauree tenuto al Kenyon College (21 maggio 2005) in Questa è l’acqua, Einaudi, 2009
Se questa è l’acqua
di Valeria Tassinari